Dodici/79-Un Mondo in vinile

     

 

Dodici/79, due numeri che delimitano un mondo musicale, il prima e il dopo quel dicembre della fine degli anni ‘70. Questi numeri sono il nome del nuovo programma di Sergio Mancinelli: un conduttore radiofonico che non ha bisogno di presentazioni il suo passato musicale parla per lui. Da ascoltatrice di  radio da più di quarant’anni ho incrociato pochi speackers con una così profonda cultura come Mancinelli, ma devo dire che in lui è soprattutto legata a una sensibilità ed empatia che definirei unica, infatti i suoi programmi hanno sempre creato un seguito, una community come si direbbe ai giorni nostri.

     Credo che questa nuova scommessa non smentirà il passato, nonostante si collochi in una nicchia, si rinchiuda programmando solo brani usciti sino al 31 dicembre 1979 e solo in vinile, inoltre in un orario di tarda serata e per una sola ora. Che strano.

In momento in cui tutto deve essere giovane e accattivante Mancinelli va contro corrente, ma che sia proprio questa la genialità della sua scelta? Io credo di sì, perché lui sa benissimo quanto forte sia il potere della musica e quanto questa accompagni le nostre vite, non è uno sprovveduto e sa perfettamente che questo è quello che vuole per i suoi ascoltatori.

     Per quanto mi riguarda sin dalla prima serata di programmazione ho fatto un tuffo in apnea nel passato, ma non nel rimpianto degli anni andati o della giovinezza che non c’è più, bensì nella serenità di certi momenti, nella dolcezza di andate emozioni. E mi ha ricordato immediatamente non un suono o una musica, ma un odore. L’odore che sentivo nella casa paterna quando venivo al piccolo paesino del bellunese dalla Liguria per passare le vacanze invernali. Quando io ancora bambina, appena sveglia, scendevo le scale di legno tenendomi sulla ringhiera e mano a mano che mi avvicinavo al piano terra sentivo l’odore di caffè mescolato all’odore di legna che ardeva, il tutto amalgamato in quella casa impregnata di chiuso, di montagna, dove tutto era essenziale, funzionale e vero. Quell’odore non l’ho mai più risentito, ma è rimasto impresso tra i miei ricordi più cari ed è particolare che la musica me lo abbia in parte restituito.

     Ascoltando questo programma si ha proprio la sensazione di tornare a casa, una sensazione di armonia di cui abbiamo tutti bisogno come dell’aria in questo momento storico. Cercare di ritornare in un mondo che non esiste più, almeno musicalmente parlando, a una calma che abbiamo perso. Un mondo dove i dischi si ascoltavano, ascoltavano e ascoltavano ancora, tanto è vero che dopo tanti anni basta un nota e tornano come per incanto alla mente melodie e parole del testo che credevamo completamente dimenticate. Un mondo dove i capolavori restavano tali anche dopo anni e anni, non come ora che non ricordi né testo né melodia o autore di canzoni bellissime che hai magari sentito per tutta un’estate, perché sia ben chiaro di buona musica, anche eccellente talvolta, ne esiste ancora. Però ora la musica non si sedimenta, non fa la crosta, scorre veloce come il nostro tempo e forse dovremmo chiederci se tutto questo ha un senso se poi non resta niente, solo l’attimo di attenzione casuale nel momento in cui la risenti.

     Tornando al programma: “Dodici/79” … anche la scelta di una sola ora è azzeccata, perché è la giusta misura per farti rivivere un sogno fatale e farti desiderare di riafferrarlo il giorno dopo. Forse questo programma l’unica fragilità la trova tra gli ascoltatori più giovani, non sono abituati a questo modo di sentire la musica e la lentezza necessaria per assaporarla al meglio non fa parte del loro bagaglio, anche se sono presenti pezzi molto ritmati è proprio cambiato il modo di fruirne. Sicuramente Mancinelli riuscirà a istruirli in piccole dosi e se sono curiosi penso potranno apprezzare appieno tutta quella musica e scoprire da dove provengono tante sonorità a loro familiari. Ovviamente per chi di anni ne ha un po’ di più tutto si farà molto più semplice e io mi colloco comodamente tra questi. 

     E così alla fine Sergio Mancinelli ci ha fatto ancora una volta un regalo, anzi, un bel pacco regalo, raccolto e delimitato, confezionato con la sua professionalità e il suo carisma, pronto per essere scartato e assaporato ogni sera lasciando che le emozioni si espandano e fluttuino nell’aria insieme a delle splendide note: che siano dolci e languide o tese e acide o ancora ritmate sino allo spasimo… beh… ha poca importanza… il resto è solo un’alchimia dal sapore magico.

Mara Cristina Dall’Asén

   

Per chi volesse provare per credere a questo link trovate le puntate in streaming: http://https://www.capital.it/programmi/dodici79/puntate/

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Luci di Natale

 

Luci di Natale di Mara Cristina Dall’Asén


Le luci colorate rimbalzano, rotolano sull’asfalto bagnato dalla pioggia, le sento scricchiolare sotto le mie scarpe mentre le calpesto. Per ogni luce un frammento di speranza,  vedo la mia ombra diventare sempre più buia.
Non sono solo, ci sono altre centinaia, forse migliaia, milioni di persone come me in ogni strada del mondo, calpestiamo e sbricioliamo anche il più piccolo barlume di luce.
Soli nel buio sempre più denso, ognuno chiuso nella propria clessidra di solitudine e apatia. Piccole luci orfane del nostro sguardo  ci osservano e non capiscono.
 
– Ehi! Siamo qui per voi. Per ognuno di voi. Lasciateci rischiarare le tenebre, rendiamo più dolci queste lunghe notti invernali.
Esistiamo dalla notte dei tempi! Siamo nate nel fuoco degli  accampamenti, siamo sopravvissute negli stracci  e nell’olio,  nella cera delle candele, solo per arrivare sino a voi con un semplice filo.  Noi siamo particelle di speranza… raccoglieteci e formeremo un mare di sogni, di fantasia… ridate luce alla vostra vita.-
 
Ma gli occhi sono vacui come i cuori. Li abbiamo svuotati per non soffrire, per non dover continuare a porci domande, e adesso queste luci ci infastidiscono, ci immergono in questa falsa aria di festa che non vogliamo. Cosa ne sanno loro dei nostri problemi? Loro non devono pensare al domani, loro non conoscono tutte le brutture del nostro mondo, sanno già che fra venti giorni torneranno tranquille nelle loro scatole e aspetteranno il prossimo inverno, il prossimo Natale… Ricostruire tutti i pezzi di speranza… inutile, per noi è finito quel tempo.
E così  tutti quei piccoli barlumi rifiutati, indignati e umiliati, hanno concentrato e intensificato la loro essenza sino a brillare di luce abbagliante. Ora le loro grida scintillanti  echeggiano  e rimbombano sui muri, sobbalzano, ci circondano da ogni lato.
 
– …abbiamo visto la guerra… eppure gli uomini ci accoglievano con ardore, ci aspettavano impazienti. Abbiamo visto la fame, il dolore, la perdita, la disperazione eppure per noi c’è sempre stato un sorriso, una carezza. E ora? Voi uomini del 2000 pensate che siamo inutili, siamo noiose, piccoli ricordi di un tempo in cui si credeva alle illusioni…  siete voi gli illusi! Siete voi il vostro male più grande. Ritornate agli occhi puri dei bambini, loro non ci calpestano, pensate a loro che  ancora ci accolgono con trepidazione.
Ricordatevi che quando avrete spento tutte le nostre luci non avrete più scelta.
Quando sarete riusciti a uccidere ogni speranza, che sia stolta o vana non importa, allora sì capirete cosa significa veramente camminare nel buio e nella vostra vita ci sarà solo il nulla.
Noi non ci saremo più e voi ricomincerete ad accendere fuochi per sfuggire alla notte e dovrete imparare tutto da capo, perché il mondo non si fermerà per voi, non vi aspetterà.-
 
Copro le orecchie, non le voglio sentire, basta! Ma ormai nella mia clessidra la sabbia corre più veloce e una crepa si espande.
Le voci invadono come una valanga la mia mente, le parole di una canzone le accompagnano, salgono di tono e si riproducono all’infinito, in un eufonia che non ha più inizio né fine: “You may say  I’m a dreamer but I’m not the only one. * ˮ (Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono il solo)
Mi volto cercando quei sogni, guardo i miei simili attorno a me e vedo solo occhi vitrei, scarpe trascinate e frantumi di  luce, sono già fuori oltre il limite ultimo. Allora cerco dietro di me, osservo le schegge di vetro lasciate dai miei passi, e come spinto da una forza sconosciuta alzo le scarpe, cammino a ritroso, come un goffo gambero ritorno alla vita. Le schegge ridiventano luci, si ricompongono sull’asfalto lucido.
Una striscia luminosa parte da me e piano si allunga. Disorientato cerco altre scie, altri esseri che abbiano compreso di avere ancora umanità da spendere o regalare, le guardo materializzarsi, si intrufolano tra gli uomini persi, si intersecano e si incrociano, crescono, un fiume danzante di luci.
Gli occhi si incontrano liberi dal terrore, dalla bocche esce un sospiro e un augurio si delinea sull’asfalto lucido di pioggia che cade e lava le paure: che sia un sereno Natale, che ci siano sempre quei frammenti di speranza a illuminare il mondo. Perché tutte le nostre inutili e fragili speranze sono il mondo.

 

Un caloroso augurio di Buone Feste a tutti. Mara

* Testo tratto da “Imagine” di John Lennon

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Il tesoro di Jonathan

Termoli (Campobasso) - Zona porto ricovero per senzatetto

Jonathan guardava nella vetrina di un grande negozio di moda, non gli importava niente degli abiti sui manichini, voleva solo vedere la sua immagine riflessa. Non fissò il suo volto scavato e neanche i lunghi capelli raccolti nella coda, che fissata con un elastico in cima alla testa gli conferiva un’aria mistica; fissò il suo nuovo rivestimento. Gli stava proprio bene quella giacca marrone, e anche il cardigan grigio, ampio, molto ampio come piaceva a lui. I vestiti profumavano di pulito, di sicuro erano più puliti di quanto lo sarebbero stati d’ora in avanti. Aveva trovato quei capi all’associazione “Noi per loro” che si occupava di chi era in difficoltà. Ma Jonathan non era in difficoltà, o meglio sì, ma solo perché lo aveva scelto, non se l’era ritrovato attaccato addosso quel nome di senzatetto. Un giorno aveva abbandonato il suo lavoro, aveva disdetto il contratto di affitto e aveva deciso che voleva passare le giornate al parco, sdraiato sull’erba, guardando le nuvole che si rincorrono, carpire tra i bisbigli le storie sui mondi che avevano sorvolato, sfiorato. Non voleva più correre. Voleva leggere, scrivere, suonare, volare senza alzare i piedi da terra, e non voleva più preoccuparsi del denaro: bollette, spesa, lavoro, basta. Da quasi dieci anni ormai quella era la sua vita, non beveva e non si drogava, semplicemente si fermava dove sentiva di voler stare e faceva quello che la sua anima desiderava. Si accontentava di poco: prendeva i libri in prestito, aveva un ombrello, mangiava alla mensa dei poveri o si permetteva un panino preso con i soldi dell’elemosina. Jonathan suonava il flauto traverso e in certi giorni riusciva a racimolare parecchi soldi: era bravo. Il suo pezzo forte era la “Bourée” tratta da una suite per liuto di Bach, ma eseguita alla Ian Anderson dei Jethro Tull, quando partiva la prima nota i passanti, come per incanto, si arrestavano ad ascoltarlo.

Ma oggi Jonathan aveva altri pensieri per la testa, l’autunno era già arrivato da parecchi giorni e il vento si era fatto pungente, doveva prepararsi al freddo, l’unico vero nemico, mostro informe e infido.

 Si distolse velocemente dalla vetrina e abbandonò la sua immagine sul marciapiedi, svolto veloce a destra e puntò verso il porto: doveva assolutamente recuperare il suo tesoro, il suo lasciapassare per l’inverno. E pensare che le sue sorelle avevano provato di tutto per toglierlo dalla strada almeno l’inverno, ma lui niente, non voleva neanche usufruire della piccola stanza nella casa degli attrezzi. Lui lo sapeva che quelli come lui non avevano sorelle e lui non voleva sconti, voleva godere di tutto senza lasciarsi corrompere, in fin dei conti voleva solo essere libero. Tra l’altro aveva un posto per l’inverno, lo aveva scoperto due anni fa, e non era frequentato da altri sbandati, si trovava sotto un grande palazzo, sul retro dove c’era la zona caldaie, ed era riparato su tre lati da spessi muri. Lì non pioveva, non ci passava mai nessuno e non si stava male.

L’odore di mare saliva dal porto, puzza di pesce marcio e di povertà, ma Jonathan non arrivò sino al mare, poco prima svoltò verso sinistra e si diresse verso la vecchia zona industriale: capannoni vuoti, erbacce fuoriuscivano dalle pavimentazioni e si riprendevano la vita. Macchinari vecchi e corrosi dal sale e dal vento, inutili, opere umane buone per un museo del futuro. Oltrepassò la prima via e cominciò a sentire il rumore delle presse, poche fabbriche sopravvivevano attive, ma a lui ne interessava solo una. Il rumore della pressa ora era assordante e Jonathan passò con noncuranza davanti all’entrata, degli operai uscivano fumando e trascinando la loro sacca, di corsa, sempre di fretta si avviavano alle loro case. Alcuni schivarono Jonathan che seguendo il muretto di cinta si stava dirigendo verso il retro. Si fermò solo quando intravvide attraverso la rete il suo tesoro: scatoloni, grandi e col cartone bello spesso. Sentì salire l’eccitazione e fiutava già il calore. Si sincerò che ci fosse ancora l’apertura nella rete, per fortuna non era stata riparata dall’anno precedente, uno strano sorriso si allargò sul suo volto, a chi vuoi che importi un passaggio nella recinzione di quella vecchia fabbrica.

Ora doveva solo aspettare il calare del buio.

Sia ben chiaro: Jonathan non era un ladro e aveva una morale severa, infatti quei cartoni erano degli scarti, la fabbrica produceva scatoloni e quelli davanti a lui erano usciti difettosi ed erano destinati al macero.

Appena dopo l’imbrunire si intrufolò nel cortile e prese due cartoni ripiegati, li ripiegò ancora non senza difficoltà e risparì in un attimo col suo prezioso tesoro.

Il tesoro di Jonathan erano due scatoloni, grandi e spessi: uno era la sua casa, aperto poteva contenerlo quasi disteso, il secondo era la sua coperta.

Nella fabbrica qualcuno vide quell’ombra furtiva nei baluginii della sera, vide quella giacca e riconobbe quella coda, si voltò, non disse niente e non  risuonò nessun allarme. Un po’ più in là Jonathan sentì solo un fischiettio che intonava la “Bourée”.

Mara Cristina Dall’Asén

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“S – La nave di Teseo” di J.J. Abrams e Doug Dorst

“S – La nave di Teseo” di J.J. Abrams e Doug Dorst    ****

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Ciò inizia sull’acqua, sull’acqua finisce, e ciò che finisce sull’acqua lì ricomincerà”

Con questa frase i due autori ci aprono le porte del libro, un libro controverso, anticonvenzionale e intricato.

L’idea che portava con sé mi ha incuriosito, infatti, prima l’ho regalato e poi l’ho voluto tra i miei libri.

La sensazione che si ha appena si rompe il sigillo e si sfila il libro dalla custodia è di riverenza, per la cura con cui è stato fatto, e di timore, per la complessità che comporterà la lettura.

Poi ti assale la domanda: leggo prima tutto il romanzo di V.M. Straka, autore fittizio, o leggo anche tutte le annotazioni ai margini?

Ho aspettato e mi sono informata sul web, alla fine ho deciso che se gli autori lo avevano ideato così… io dovevo accettare la sfida e leggerlo tutto insieme.

La prima parte è veramente complicata e si passa dalla curiosità, alla frustrazione, all’attesa, allo scoramento e alla momentanea resa nel tempo di neanche 100 pagine, ma si prosegue perché la storia deve pur avere un senso.

Infatti, lentamente, si riescono a comprendere alcune cose e a districarsi tra nomi, date, episodi, aspettando che la storia di Straka prenda finalmente il volo, ma proprio mentre sembra il momento giusto per il salto… ecco che si accartoccia ancora su sé stessa. Ma si prosegue imperterriti perché ormai la vera identità di V.M. Straka è diventata una cosa di fondamentale importanza, come lo è per Jen e Eric, i due ragazzi che scrivono le loro annotazioni ai margini delle pagine. Bei tipi Jen e Eric, attraverso la fantasia degli autori, si divertono con penne di vari colori, e ogni colore rappresenta un periodo, e i periodi si sovrappongono (loro lo hanno letto un’infinità di volte!), così ti ritrovi a leggere annotazioni che non puoi ancora capire o riferimenti a capitoli e libri che mai leggerai.

Se il tutto vi sembra un po’ complicato sappiate che non è finita, c’è un’altra trama, un’altra storia sviluppata attraverso le note a pié pagina di F. X. Caldeira: traduttore e forse amico/a del vero Straka.

Tre trame, tre storie, un’infinità di personaggi, ma alla fine si sopravvive e una volta girata l’ultima pagina si ha la sensazione di aver vissuto un’esperienza diversa. Questo libro sicuramente non è solo un libro!

Dare una valutazione globale è difficile, niente in questo lavoro è lineare.

Sotto il profilo editoriale non si può dire altro che è un capolavoro, curatissimo in tutte le sue parti: mi ha impressionato l’invecchiamento delle pagine, col colore che scurisce verso l’esterno, le macchioline di umidità, o gli aloni lasciati da una bevanda su di un foglio inserito. Tutte le cartoline, le foto, le pagine di giornale, assolutamente splendido.

La storia del romanzo di Straka invece non si può definire, secondo il mio parere, un capolavoro: un buon libro con un linguaggio ricercato, ma come la storia che contiene non incide mai sino in fondo. La storia in sé è un thriller, neanche originalissimo e soprattutto molto cupo, non lugubre ma in molte parti forse eccessivo, come eccessivi sono i fili lasciati dalle note, annotazioni e inserti che in alcuni punti stordiscono. Del finale non parlo, perché non voglio togliere la suspance a nessuno, dico solo che mi piacerebbe parlarne con chi lo ha già letto!

Allora mi sono chiesta il perché di tutto ciò, perché complicare la vita al lettore così per lasciarlo a mezz’aria? Attenzione non è una “spoilerata” (se mi passate il termine) sul finale!

La risposta che mi sono data è che forse non è poi così importante la storia o il suo finale, ma il viaggio che si compie leggendo quelle pagine.

Una morale conosciuta e sentita, ma che in questo lavoro diventa tangibile, ti avvolge e sconvolge. E allora diventano anche meno importanti tutti gli indizi, tutti gli enigmi che restano irrisolti, o almeno per me è stato così.

Scopri che nel titolo c’è il segreto del mistero, lì, scritto in maiuscolo e già svelato sin dal principio. “La nave di Teseo”, la nave che viene rattoppata, ricostruita con pezzi di recupero e che alla fine non assomiglia più minimamente a quella che era, eppure è ancora “la nave di Teseo”.

L’identità, l’identità di ognuno di noi che cambia col tempo, con le esperienze e le sconfitte, con i dubbi. La percezione di sé stessi. Quanto resta dell’io originale dopo il viaggio della vita, e quanto diversi o uguali siamo nei vari periodi della nostra esistenza, questa è la domanda o forse la risposta a tutto.

E così la bussola inserita nell’ultima pagina del libro forse rappresenta la rotta, quella che abbiamo scelto e che ci ha precluso tanti viaggi, ma anche la rotta che vogliamo o dobbiamo vivere ora.

Per S. il protagonista del romanzo la bussola ha sempre puntato a Sud, la nostra dopo aver letto questo libro forse troverà nuove destinazioni.

… e ho scritto un papiro! Anche cercare di descrivere questo libro è intricato, però mi sento di consigliarlo, come ho già detto un’esperienza particolare, un modo diverso di leggere.

Mara Cristina Dall’Asén

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“René” di Gianluca Santeramo

Ho appena finito di leggere questo libro e mi sento di consigliarlo, molto particolare!


 

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Quando si inizia a leggere il libro di un autore esordiente si tende ad essere guardinghi, curiosi ma attenti e pronti a qualsiasi evenienza.

Ecco: questo è quello che succede leggendo il romanzo di esordio di Gianluca Santeramo. Una storia geniale e ben articolata; scritta in modo asciutto, anche tecnico talvolta, ma il tutto è perfettamente omogeneo e dosato in modo sapiente.

All’inizio non capisci, non trovi il filo che porta alla storia, cosa c’entra il diavolo, un prete, la guerra tra Marte e la Terra in un epoca futura, una misteriosa ed enorme navicella spaziale… e poi chi è Renè, cos’è Renè.

Ma quello che sembrava nebuloso  all’inizio, piano, piano si dipana e lascia intuire le prime risposte. Attraverso un meccanismo misterioso, persone normali, talvolta banali e riluttanti, si ritrovano a cambiare il mondo, ovvio quello del 2100 o 2200. Renè inspiegabilmente è sempre al loro fianco, al fianco di tutti, lui e tutta la sua conoscenza. E così scopri che, mentre ti prende per mano e ti porta in viaggio attraverso i dubbi, le certezze e gli sconforti di tutta l’umanità, è la tua anima ad essere scossa e messa in discussione insieme a tutte le “regole”, insieme a tutte le “convenzioni” . La rete neurale, cioè Renè, è la macchina, noi siamo gli essere pensanti, forse non più tanto pensanti e forse neanche più tanto umani.

Questo vuole comunicarci  Renè: riprendetevi  la conoscenza.

Da questo lavoro traspare una profondo rispetto e amore per l’apprendimento, la comprensione delle cose, e un amore ancora più grande per i libri in quanto mezzo fisico che rende possibile tutto ciò. Ma René ci esorta anche a recuperare la nostra capacità di amare e soffrire, in sostanza la nostra vera umanità, cercando di farlo in  condivisione e simbiosi con la natura che ci circonda.

Un romanzo che fa veramente riflettere molto, fa pensare a dove vogliamo andare, con chi vogliamo rimanere connessi, e soprattutto ci dice che ognuno di noi, per quanto piccolo e insignificante, è importante e determinante.

Il mondo descritto nel libro potrebbe non essere fantasia, potrebbe in qualche modo aver previsto il futuro. In questa ottica questo romanzo è prezioso e si può farne veramente un buon uso. Complimenti vivissimi all’autore e soprattutto mi auguro che “René” riesca a emergere, portando il suo messaggio a più persone possibili.

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“Quattro squilli nella notte” di Mara Cristina Dall’Asén

1° classificato nel contest di novembre sul blog “7 giorni di follie

“Quattro squilli nella notte” di Mara Cristina Dall’Asén

dallasenCome ogni notte gli squilli irrompono nella mia testa a ricordarmi che la mia vita è ruvida, ruvida come la mia mente. Squarciata come barattoli deformi che rotolano sui miei passi.
Stringo le lenzuola di tela, anch’essa ruvida, uguale a quella dei miei pantaloni, e le contorco intorno ai pensieri, cerco di strapparle dalla mia carne. Sono un ammasso di pelle raggrinzita informe e inutile, cellule scomposte senza più una meta, senza più ritorno.
Eppure un tempo ero vivo, ero un uomo, ero giovane. Dove ho perso la mia vita? Lo so, lo so dove l’ho persa: in quella verità mai detta.
Ho ripercorso migliaia di volte quella notte…
– stavamo tornando da Perugia, eravamo andati a trovare i genitori di mia moglie, Anna, che si era appena appisolata sul sedile. Mancava poco all’uscita dall’autostrada, da lì ancora venti minuti e saremo stati a casa. Era mezzanotte e ventisette, ho fissa l’ora nella mente, come ho fisso il numero del cellulare che comparve sul display. Uno, due, tre, quattro squilli e poi più niente, solo la voce di Anna che assonnata chiedeva chi era. –
Ed io ho pensato a “Lei”, le sue gambe, i suoi fianchi che si muovevano al ritmo più antico del mondo, e mi sono estraniato solo un attimo da tutto ciò che avevo intorno. Un attimo che è valso la mia vita mentre non vedevo l’auto che mi stava sorpassando a folle velocità tamponando quella davanti, perdevo il controllo e tutto finiva.
Sirene, lampeggianti… sangue in quella notte senza neanche un briciolo di luna a rischiarare la mia colpa.
Le cicatrici rimaste sulla mia pelle sono niente, solo segni di memoria, quelle che ho dentro invece sanguinano, non smettono mai.
E vedo ancora una volta l’asfalto inghiottire la mia esistenza, viscido e untuoso ricopre il corpo esangue di mia moglie e quello del nostro bimbo mai nato. Cerco di strapparli a tutto quel nero oleoso, ma sfuggono, mi lasciano solo con la mia colpa nascosta.
Per quante notti ancora sognerò tutto questo? Non finirò mai di sognarlo sino a quando li salverò. Ce la farò, e allora li stringerò più forte, li proteggerò.
“Lei” sarà solo un nome, un incidente di percorso, una debolezza mai confessata.
Scrollo i pensieri dalla mente e alzo lo sguardo al neon che penzola dal soffitto, consumato come il mio tempo, spande una luce fioca. Poi fisso il tavolo davanti a me e riesco a scorgere i graffi, le scheggiature delle centinaia di unghie che si sono consumate su quel legno nel tentativo di placare la mente, di gridare le loro verità, di nascondere le verità. I segni lasciati dalle mie unghie sono più nitidi, sono solo i più recenti e il sangue è ancora caldo.
Ruvido, tutto è ruvido in questo luogo. Il mondo liscio è fuori, fuori da quella finestra sbarrata da cui si intravvedono il muro di cinta e il cancello in ferro.
Una volta questo posto si chiamava manicomio. Ora solo una targa anonima: “Casa di cura psichiatrica per anziani” cerca di dare un senso a vite tradite e abbandonate come la mia.

p.s. Se volete leggere i commenti e le votazioni al testo: http://settegiornidifollie.altervista.org/2015-2/uno-squillo-in-piena-notte/quattro-squilli-nella-notte-di-mara-cristina-dallasen/

 

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9 Novembre 1989

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Era giovedì, il 9 di novembre del 1989, una giornata quasi normale nella Berlino Est, come tante altre. C’erano state delle manifestazioni, tafferugli, ma non ci avevo fatto molto caso. Appena finito il mio lavoro al mercato sono tornato a casa, il sole era calato da poco e il freddo cominciava a diventare pungente .

Ero solo un ragazzo, avevo diciassette anni, una vita grama fatta di stenti, di futuro segnato. Eppure poco più là da questo casermone che è sempre stata la mia casa, c’era la vita, c’era la speranza. La mia speranza invece era murata, un muro lungo come tutta la mia vita, l’ho sempre visto lì a ricordarmi chi ero e quello che non sarei mai stato.

Me ne stavo disteso sul letto, le mani sotto la testa e guardavo il soffitto attraverso i miei occhi chiusi, tanto sapevo che era uguale alla mia vita, immobile e grigio di fumo.

Poi, improvvisamente dalla finestra ho sentito gridare. Non un grido di disperazione… di gioia. Gioia in questo luogo? No, stavo delirando, ma le grida si moltiplicavano e diventavano un canto. Ho sentito che bussavano rumorosamente alla porta e poi mia madre che gridava e piangeva, era corsa su per le scale e mi aveva urlato: “andiamo, andiamo!”

Non sapevo dove, ma ho sentito che dovevo seguirla, seguivo la sua gioia e le sue lacrime. Correvamo per la strada, ci dirigevamo dalla parte del muro, vicino alla Porta di Brandeburgo, e vedevo la gente sbucare dagli angoli bui e unirsi a noi. Non riuscivo a capire cosa stava accadendo, ma mi sentivo investire da una strana euforia. Nel frattempo avevo perso mia madre fra tutta quella gente, ma non mi sentivo solo, c’era qualcuno che mi teneva la mano e tutte le mani si tenevano fra loro, eravamo una cosa sola.

Non ho avuto il tempo di pensare, potevo solo sentire, potevo solo stringere quelle mani mentre intravvedevo la Porta di Brandeburgo e un fiume di gente che passava … passava dall’altra parte!

Il futuro era lì, libero! E ho lasciato le altre mani, i miei piedi volavano, e gridavo e piangevo e… oltrepassavo il muro per cadere in ginocchio ansante e incredulo. Nessuno mi aveva seguito, non c’era nessuno che sparava. Vedevo pezzi di pietra che si sgretolavano e cadevano a terra, il muro cadeva.

Non pioveva eppure le mie ginocchia erano umide, erano sulle lacrime di tutte le persone che erano morte, che erano state sconfitte dal muro, su tutte le lacrime di innamorati costretti a vivere distanti, su genitori separati dai figli, sul futuro rubato. E il lago formato da quelle lacrime era diventato una pozzanghera in cui affondavo il viso sino a baciare quella terra, e rotolavo, mi sporcavo e continuavo a piangere, non riuscivo a smettere di piangere. Alla fine la gioia era esplosa, il muro era stato sconfitto, sconfitta la stupidità dell’uomo e il mio domani era diventato diverso. Non sapevo ancora se migliore o peggiore, ma almeno potevo lottare, potevo sperare.

Quel ragazzo è diventato un uomo ed ora sta piangendo, sono passati ventisei anni e lui ha realizzato il suo futuro. Ha una bella casa, una vita stupendamente normale, ma sa che il muro c’è ancora e non lo riesce ad accettare. Quel muro non è più nella sua vita, ma nella vita di qualcun altro che in questo momento è suo fratello, sua madre o suo figlio, perché dietro ogni muro c’è solo dolore, diseguaglianza e oppressione.

Quella sera di tanti anni fa una donna guardava le immagini della caduta del muro di Berlino alla televisione, in un altro paese e lontana migliaia di chilometri da quella gioia e da quel dolore. Teneva in braccio la sua bimba di quattordici giorni e sperava, credeva che il futuro del mondo per la sua creatura sarebbe stato diverso, che la pace alla fine avrebbe travolto tutto.

Si sbagliava. Quella donna ero io.

Ci sono ancora muri che distolgono lo sguardo dalle bidonville nelle città sudamericane o c’è il muro che divide i palestinesi dagli israeliani, ne è appena sorto un altro in Ungheria per fermare persone che fuggono: dalla fame, dalle guerre, che differenza fa.

Non abbiamo imparato niente, ne abbatteremo ancora di muri e ridaremo il futuro ad altri uomini e donne. Invece ad altri la toglieremo quella speranza, perché l’uomo non sa stare senza muri, non conosce la pace, li costruisce da sempre e sempre ci saranno due mondi con una piccola porta da qualche parte per far credere che comunque la speranza è possibile.

Mara Cristina Dall’Asén

 

 

 

Immagine tratta dal web, se l’uso viola qualche diritto di copyright comunicatemelo e verrà rimossa.

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MELE A MEL


Vediamo di riprendere un pò quello che ho fatto in quest’ultimo periodo… l’estate è stata molto dispersiva e non sono riuscita a dedicarmi né al blog, né alla promozione del mio nuovo libro.

Allora… oltre alla presentazione a Lentiai del primo ottobre,  parliamo di “Mele a Mel”. Questa manifestazione si svolge nella seconda settimana di ottobre ed è molto apprezzata. Il bello di questa manifestazione è che permette di visitare i cortili interni dei più bei palazzi del centro di Mel… e posso assicurarvi che vale veramente la pena venire a vederli. Piccoli gioielli nascosti per tutto il resto dell’anno e animati in quei giorni da varie iniziative. Io ero nel cortile di Palazzo Pivetta-Stefani con i miei libri, cortile assegnato a Villa di Villa, il mio paese di origine.

Inoltre nella vecchia rimessa della casa abbiamo, io e mio fratello, allestito una piccola mostra di antichi attrezzi del lavoro di falegname (tutti provenienti dai nostri nonni visto che entrambi erano falegnami), attrezzi e quadri presenti in alcuni passaggi del mio primo romanzo.

Nella rimessa erano presenti anche altri due artisti, Mauro Deola con i suoi dipinti e Giuliano Ferrone con le sue creazioni, ed è stato molto piacevole condividere con loro quelle ore.


 

 

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Presentazione “La decima matrioska” a Lentiai del 01/10/2015

Gran bella serata, emozionante, gratificante e intesa.

Innanzitutto voglio ringraziare tutti coloro che erano presenti, mi avete veramente fatto emozionare profondamente. Grazie a Emanuela che dato una chiave di lettura dei miei libri molto originale, professionale e per me lusinghiera. E poi i tre splendidi giovani che hanno reso ancora più bella la serata con la loro musica e voce: Lavinia con il violino, Claudio e soprattutto Giorgia che nonostante la gravidanza quasi al termine ha dato la sua disponibilità. Per loro veramente un grande grazie di cuore.

Infine un sentito grazie al Comune di Lentiai che attraverso Maura e il sindaco mi offre questo spazio per condividere i miei lavori

 

 

 

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Ascolto…

“Ascolto…” questo è lo spazio per la mia musica: quella di oggi e quella di ieri. Quella che mi ha lasciato le sue emozioni e le ha nascoste nella mia anima e nella mia vita. Anche qui potete condividere con me tutto ciò che la musica vi ha lasciato e postare il vostro commento, la vostra impressione.

Mi raccomando se usate video, sempre ufficiali e riconducibili all’autore, tuteliamo il copyright.

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