Luci di Natale

 

Luci di Natale di Mara Cristina Dall’Asén


Le luci colorate rimbalzano, rotolano sull’asfalto bagnato dalla pioggia, le sento scricchiolare sotto le mie scarpe mentre le calpesto. Per ogni luce un frammento di speranza,  vedo la mia ombra diventare sempre più buia.
Non sono solo, ci sono altre centinaia, forse migliaia, milioni di persone come me in ogni strada del mondo, calpestiamo e sbricioliamo anche il più piccolo barlume di luce.
Soli nel buio sempre più denso, ognuno chiuso nella propria clessidra di solitudine e apatia. Piccole luci orfane del nostro sguardo  ci osservano e non capiscono.
 
– Ehi! Siamo qui per voi. Per ognuno di voi. Lasciateci rischiarare le tenebre, rendiamo più dolci queste lunghe notti invernali.
Esistiamo dalla notte dei tempi! Siamo nate nel fuoco degli  accampamenti, siamo sopravvissute negli stracci  e nell’olio,  nella cera delle candele, solo per arrivare sino a voi con un semplice filo.  Noi siamo particelle di speranza… raccoglieteci e formeremo un mare di sogni, di fantasia… ridate luce alla vostra vita.-
 
Ma gli occhi sono vacui come i cuori. Li abbiamo svuotati per non soffrire, per non dover continuare a porci domande, e adesso queste luci ci infastidiscono, ci immergono in questa falsa aria di festa che non vogliamo. Cosa ne sanno loro dei nostri problemi? Loro non devono pensare al domani, loro non conoscono tutte le brutture del nostro mondo, sanno già che fra venti giorni torneranno tranquille nelle loro scatole e aspetteranno il prossimo inverno, il prossimo Natale… Ricostruire tutti i pezzi di speranza… inutile, per noi è finito quel tempo.
E così  tutti quei piccoli barlumi rifiutati, indignati e umiliati, hanno concentrato e intensificato la loro essenza sino a brillare di luce abbagliante. Ora le loro grida scintillanti  echeggiano  e rimbombano sui muri, sobbalzano, ci circondano da ogni lato.
 
– …abbiamo visto la guerra… eppure gli uomini ci accoglievano con ardore, ci aspettavano impazienti. Abbiamo visto la fame, il dolore, la perdita, la disperazione eppure per noi c’è sempre stato un sorriso, una carezza. E ora? Voi uomini del 2000 pensate che siamo inutili, siamo noiose, piccoli ricordi di un tempo in cui si credeva alle illusioni…  siete voi gli illusi! Siete voi il vostro male più grande. Ritornate agli occhi puri dei bambini, loro non ci calpestano, pensate a loro che  ancora ci accolgono con trepidazione.
Ricordatevi che quando avrete spento tutte le nostre luci non avrete più scelta.
Quando sarete riusciti a uccidere ogni speranza, che sia stolta o vana non importa, allora sì capirete cosa significa veramente camminare nel buio e nella vostra vita ci sarà solo il nulla.
Noi non ci saremo più e voi ricomincerete ad accendere fuochi per sfuggire alla notte e dovrete imparare tutto da capo, perché il mondo non si fermerà per voi, non vi aspetterà.-
 
Copro le orecchie, non le voglio sentire, basta! Ma ormai nella mia clessidra la sabbia corre più veloce e una crepa si espande.
Le voci invadono come una valanga la mia mente, le parole di una canzone le accompagnano, salgono di tono e si riproducono all’infinito, in un eufonia che non ha più inizio né fine: “You may say  I’m a dreamer but I’m not the only one. * ˮ (Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono il solo)
Mi volto cercando quei sogni, guardo i miei simili attorno a me e vedo solo occhi vitrei, scarpe trascinate e frantumi di  luce, sono già fuori oltre il limite ultimo. Allora cerco dietro di me, osservo le schegge di vetro lasciate dai miei passi, e come spinto da una forza sconosciuta alzo le scarpe, cammino a ritroso, come un goffo gambero ritorno alla vita. Le schegge ridiventano luci, si ricompongono sull’asfalto lucido.
Una striscia luminosa parte da me e piano si allunga. Disorientato cerco altre scie, altri esseri che abbiano compreso di avere ancora umanità da spendere o regalare, le guardo materializzarsi, si intrufolano tra gli uomini persi, si intersecano e si incrociano, crescono, un fiume danzante di luci.
Gli occhi si incontrano liberi dal terrore, dalla bocche esce un sospiro e un augurio si delinea sull’asfalto lucido di pioggia che cade e lava le paure: che sia un sereno Natale, che ci siano sempre quei frammenti di speranza a illuminare il mondo. Perché tutte le nostre inutili e fragili speranze sono il mondo.

 

Un caloroso augurio di Buone Feste a tutti. Mara

* Testo tratto da “Imagine” di John Lennon

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Il tesoro di Jonathan

Termoli (Campobasso) - Zona porto ricovero per senzatetto

Jonathan guardava nella vetrina di un grande negozio di moda, non gli importava niente degli abiti sui manichini, voleva solo vedere la sua immagine riflessa. Non fissò il suo volto scavato e neanche i lunghi capelli raccolti nella coda, che fissata con un elastico in cima alla testa gli conferiva un’aria mistica; fissò il suo nuovo rivestimento. Gli stava proprio bene quella giacca marrone, e anche il cardigan grigio, ampio, molto ampio come piaceva a lui. I vestiti profumavano di pulito, di sicuro erano più puliti di quanto lo sarebbero stati d’ora in avanti. Aveva trovato quei capi all’associazione “Noi per loro” che si occupava di chi era in difficoltà. Ma Jonathan non era in difficoltà, o meglio sì, ma solo perché lo aveva scelto, non se l’era ritrovato attaccato addosso quel nome di senzatetto. Un giorno aveva abbandonato il suo lavoro, aveva disdetto il contratto di affitto e aveva deciso che voleva passare le giornate al parco, sdraiato sull’erba, guardando le nuvole che si rincorrono, carpire tra i bisbigli le storie sui mondi che avevano sorvolato, sfiorato. Non voleva più correre. Voleva leggere, scrivere, suonare, volare senza alzare i piedi da terra, e non voleva più preoccuparsi del denaro: bollette, spesa, lavoro, basta. Da quasi dieci anni ormai quella era la sua vita, non beveva e non si drogava, semplicemente si fermava dove sentiva di voler stare e faceva quello che la sua anima desiderava. Si accontentava di poco: prendeva i libri in prestito, aveva un ombrello, mangiava alla mensa dei poveri o si permetteva un panino preso con i soldi dell’elemosina. Jonathan suonava il flauto traverso e in certi giorni riusciva a racimolare parecchi soldi: era bravo. Il suo pezzo forte era la “Bourée” tratta da una suite per liuto di Bach, ma eseguita alla Ian Anderson dei Jethro Tull, quando partiva la prima nota i passanti, come per incanto, si arrestavano ad ascoltarlo.

Ma oggi Jonathan aveva altri pensieri per la testa, l’autunno era già arrivato da parecchi giorni e il vento si era fatto pungente, doveva prepararsi al freddo, l’unico vero nemico, mostro informe e infido.

 Si distolse velocemente dalla vetrina e abbandonò la sua immagine sul marciapiedi, svolto veloce a destra e puntò verso il porto: doveva assolutamente recuperare il suo tesoro, il suo lasciapassare per l’inverno. E pensare che le sue sorelle avevano provato di tutto per toglierlo dalla strada almeno l’inverno, ma lui niente, non voleva neanche usufruire della piccola stanza nella casa degli attrezzi. Lui lo sapeva che quelli come lui non avevano sorelle e lui non voleva sconti, voleva godere di tutto senza lasciarsi corrompere, in fin dei conti voleva solo essere libero. Tra l’altro aveva un posto per l’inverno, lo aveva scoperto due anni fa, e non era frequentato da altri sbandati, si trovava sotto un grande palazzo, sul retro dove c’era la zona caldaie, ed era riparato su tre lati da spessi muri. Lì non pioveva, non ci passava mai nessuno e non si stava male.

L’odore di mare saliva dal porto, puzza di pesce marcio e di povertà, ma Jonathan non arrivò sino al mare, poco prima svoltò verso sinistra e si diresse verso la vecchia zona industriale: capannoni vuoti, erbacce fuoriuscivano dalle pavimentazioni e si riprendevano la vita. Macchinari vecchi e corrosi dal sale e dal vento, inutili, opere umane buone per un museo del futuro. Oltrepassò la prima via e cominciò a sentire il rumore delle presse, poche fabbriche sopravvivevano attive, ma a lui ne interessava solo una. Il rumore della pressa ora era assordante e Jonathan passò con noncuranza davanti all’entrata, degli operai uscivano fumando e trascinando la loro sacca, di corsa, sempre di fretta si avviavano alle loro case. Alcuni schivarono Jonathan che seguendo il muretto di cinta si stava dirigendo verso il retro. Si fermò solo quando intravvide attraverso la rete il suo tesoro: scatoloni, grandi e col cartone bello spesso. Sentì salire l’eccitazione e fiutava già il calore. Si sincerò che ci fosse ancora l’apertura nella rete, per fortuna non era stata riparata dall’anno precedente, uno strano sorriso si allargò sul suo volto, a chi vuoi che importi un passaggio nella recinzione di quella vecchia fabbrica.

Ora doveva solo aspettare il calare del buio.

Sia ben chiaro: Jonathan non era un ladro e aveva una morale severa, infatti quei cartoni erano degli scarti, la fabbrica produceva scatoloni e quelli davanti a lui erano usciti difettosi ed erano destinati al macero.

Appena dopo l’imbrunire si intrufolò nel cortile e prese due cartoni ripiegati, li ripiegò ancora non senza difficoltà e risparì in un attimo col suo prezioso tesoro.

Il tesoro di Jonathan erano due scatoloni, grandi e spessi: uno era la sua casa, aperto poteva contenerlo quasi disteso, il secondo era la sua coperta.

Nella fabbrica qualcuno vide quell’ombra furtiva nei baluginii della sera, vide quella giacca e riconobbe quella coda, si voltò, non disse niente e non  risuonò nessun allarme. Un po’ più in là Jonathan sentì solo un fischiettio che intonava la “Bourée”.

Mara Cristina Dall’Asén

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“Quattro squilli nella notte” di Mara Cristina Dall’Asén

1° classificato nel contest di novembre sul blog “7 giorni di follie

“Quattro squilli nella notte” di Mara Cristina Dall’Asén

dallasenCome ogni notte gli squilli irrompono nella mia testa a ricordarmi che la mia vita è ruvida, ruvida come la mia mente. Squarciata come barattoli deformi che rotolano sui miei passi.
Stringo le lenzuola di tela, anch’essa ruvida, uguale a quella dei miei pantaloni, e le contorco intorno ai pensieri, cerco di strapparle dalla mia carne. Sono un ammasso di pelle raggrinzita informe e inutile, cellule scomposte senza più una meta, senza più ritorno.
Eppure un tempo ero vivo, ero un uomo, ero giovane. Dove ho perso la mia vita? Lo so, lo so dove l’ho persa: in quella verità mai detta.
Ho ripercorso migliaia di volte quella notte…
– stavamo tornando da Perugia, eravamo andati a trovare i genitori di mia moglie, Anna, che si era appena appisolata sul sedile. Mancava poco all’uscita dall’autostrada, da lì ancora venti minuti e saremo stati a casa. Era mezzanotte e ventisette, ho fissa l’ora nella mente, come ho fisso il numero del cellulare che comparve sul display. Uno, due, tre, quattro squilli e poi più niente, solo la voce di Anna che assonnata chiedeva chi era. –
Ed io ho pensato a “Lei”, le sue gambe, i suoi fianchi che si muovevano al ritmo più antico del mondo, e mi sono estraniato solo un attimo da tutto ciò che avevo intorno. Un attimo che è valso la mia vita mentre non vedevo l’auto che mi stava sorpassando a folle velocità tamponando quella davanti, perdevo il controllo e tutto finiva.
Sirene, lampeggianti… sangue in quella notte senza neanche un briciolo di luna a rischiarare la mia colpa.
Le cicatrici rimaste sulla mia pelle sono niente, solo segni di memoria, quelle che ho dentro invece sanguinano, non smettono mai.
E vedo ancora una volta l’asfalto inghiottire la mia esistenza, viscido e untuoso ricopre il corpo esangue di mia moglie e quello del nostro bimbo mai nato. Cerco di strapparli a tutto quel nero oleoso, ma sfuggono, mi lasciano solo con la mia colpa nascosta.
Per quante notti ancora sognerò tutto questo? Non finirò mai di sognarlo sino a quando li salverò. Ce la farò, e allora li stringerò più forte, li proteggerò.
“Lei” sarà solo un nome, un incidente di percorso, una debolezza mai confessata.
Scrollo i pensieri dalla mente e alzo lo sguardo al neon che penzola dal soffitto, consumato come il mio tempo, spande una luce fioca. Poi fisso il tavolo davanti a me e riesco a scorgere i graffi, le scheggiature delle centinaia di unghie che si sono consumate su quel legno nel tentativo di placare la mente, di gridare le loro verità, di nascondere le verità. I segni lasciati dalle mie unghie sono più nitidi, sono solo i più recenti e il sangue è ancora caldo.
Ruvido, tutto è ruvido in questo luogo. Il mondo liscio è fuori, fuori da quella finestra sbarrata da cui si intravvedono il muro di cinta e il cancello in ferro.
Una volta questo posto si chiamava manicomio. Ora solo una targa anonima: “Casa di cura psichiatrica per anziani” cerca di dare un senso a vite tradite e abbandonate come la mia.

p.s. Se volete leggere i commenti e le votazioni al testo: http://settegiornidifollie.altervista.org/2015-2/uno-squillo-in-piena-notte/quattro-squilli-nella-notte-di-mara-cristina-dallasen/

 

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9 Novembre 1989

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Era giovedì, il 9 di novembre del 1989, una giornata quasi normale nella Berlino Est, come tante altre. C’erano state delle manifestazioni, tafferugli, ma non ci avevo fatto molto caso. Appena finito il mio lavoro al mercato sono tornato a casa, il sole era calato da poco e il freddo cominciava a diventare pungente .

Ero solo un ragazzo, avevo diciassette anni, una vita grama fatta di stenti, di futuro segnato. Eppure poco più là da questo casermone che è sempre stata la mia casa, c’era la vita, c’era la speranza. La mia speranza invece era murata, un muro lungo come tutta la mia vita, l’ho sempre visto lì a ricordarmi chi ero e quello che non sarei mai stato.

Me ne stavo disteso sul letto, le mani sotto la testa e guardavo il soffitto attraverso i miei occhi chiusi, tanto sapevo che era uguale alla mia vita, immobile e grigio di fumo.

Poi, improvvisamente dalla finestra ho sentito gridare. Non un grido di disperazione… di gioia. Gioia in questo luogo? No, stavo delirando, ma le grida si moltiplicavano e diventavano un canto. Ho sentito che bussavano rumorosamente alla porta e poi mia madre che gridava e piangeva, era corsa su per le scale e mi aveva urlato: “andiamo, andiamo!”

Non sapevo dove, ma ho sentito che dovevo seguirla, seguivo la sua gioia e le sue lacrime. Correvamo per la strada, ci dirigevamo dalla parte del muro, vicino alla Porta di Brandeburgo, e vedevo la gente sbucare dagli angoli bui e unirsi a noi. Non riuscivo a capire cosa stava accadendo, ma mi sentivo investire da una strana euforia. Nel frattempo avevo perso mia madre fra tutta quella gente, ma non mi sentivo solo, c’era qualcuno che mi teneva la mano e tutte le mani si tenevano fra loro, eravamo una cosa sola.

Non ho avuto il tempo di pensare, potevo solo sentire, potevo solo stringere quelle mani mentre intravvedevo la Porta di Brandeburgo e un fiume di gente che passava … passava dall’altra parte!

Il futuro era lì, libero! E ho lasciato le altre mani, i miei piedi volavano, e gridavo e piangevo e… oltrepassavo il muro per cadere in ginocchio ansante e incredulo. Nessuno mi aveva seguito, non c’era nessuno che sparava. Vedevo pezzi di pietra che si sgretolavano e cadevano a terra, il muro cadeva.

Non pioveva eppure le mie ginocchia erano umide, erano sulle lacrime di tutte le persone che erano morte, che erano state sconfitte dal muro, su tutte le lacrime di innamorati costretti a vivere distanti, su genitori separati dai figli, sul futuro rubato. E il lago formato da quelle lacrime era diventato una pozzanghera in cui affondavo il viso sino a baciare quella terra, e rotolavo, mi sporcavo e continuavo a piangere, non riuscivo a smettere di piangere. Alla fine la gioia era esplosa, il muro era stato sconfitto, sconfitta la stupidità dell’uomo e il mio domani era diventato diverso. Non sapevo ancora se migliore o peggiore, ma almeno potevo lottare, potevo sperare.

Quel ragazzo è diventato un uomo ed ora sta piangendo, sono passati ventisei anni e lui ha realizzato il suo futuro. Ha una bella casa, una vita stupendamente normale, ma sa che il muro c’è ancora e non lo riesce ad accettare. Quel muro non è più nella sua vita, ma nella vita di qualcun altro che in questo momento è suo fratello, sua madre o suo figlio, perché dietro ogni muro c’è solo dolore, diseguaglianza e oppressione.

Quella sera di tanti anni fa una donna guardava le immagini della caduta del muro di Berlino alla televisione, in un altro paese e lontana migliaia di chilometri da quella gioia e da quel dolore. Teneva in braccio la sua bimba di quattordici giorni e sperava, credeva che il futuro del mondo per la sua creatura sarebbe stato diverso, che la pace alla fine avrebbe travolto tutto.

Si sbagliava. Quella donna ero io.

Ci sono ancora muri che distolgono lo sguardo dalle bidonville nelle città sudamericane o c’è il muro che divide i palestinesi dagli israeliani, ne è appena sorto un altro in Ungheria per fermare persone che fuggono: dalla fame, dalle guerre, che differenza fa.

Non abbiamo imparato niente, ne abbatteremo ancora di muri e ridaremo il futuro ad altri uomini e donne. Invece ad altri la toglieremo quella speranza, perché l’uomo non sa stare senza muri, non conosce la pace, li costruisce da sempre e sempre ci saranno due mondi con una piccola porta da qualche parte per far credere che comunque la speranza è possibile.

Mara Cristina Dall’Asén

 

 

 

Immagine tratta dal web, se l’uso viola qualche diritto di copyright comunicatemelo e verrà rimossa.

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Halloween…

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NON MI È MAI PIACIUTO HALLOWEEN

Non mi è mai piaciuto Halloween, ma figurati se vado in giro vestita da zombie o con un lenzuolo in testa!
E poi… non è che gli inglesi festeggiano San Michele perché è il patrono della mia città. Allora io non festeggio Halloween, questa sera me ne vado a pattinare sul ghiaccio, adoro pattinare. Inoltre ci sarà meno gente e potrò volteggiare quanto mi pare. Sto aspettando che arrivi Anna, la mia migliore amica, così saremo almeno in due a far la figura delle sfigate che non sanno divertirsi.
Prendo il borsone con i pattini e volo fuori dalla porta, giusto il tempo di urlare a mia madre un – ciao, ci vediamo più tardi -.
Appena arrivate io e Anna ci siamo infilate i pattini e abbiamo cominciato a girare, un po’ di riscaldamento ci vuole! Poi ho visto Anna iniziare con i suoi salti, lei è molto brava nel pattinaggio artistico, doppio salto, doppio toe-loop… E io comincio a rosicare, accidenti, li sapevo fare anch’io prima di rompermi il menisco. Così, andando contro ogni buonsenso ci provo: salto… doppio salto. Prendo fiato e provo il toe-loop, andato. Doppio toe-loop… e un cretino, l’unico presente sul ghiaccio, da dietro si appende su di me per non cadere.
Risultato: cadiamo in due.
Sento il ghiaccio vicino, troppo vicino, la mia testa va a sbattere contro la balaustra. Mi si annebbia la mente mentre tutto si fa buio.
Oddio che paura, ma era solo un attimo, la luce è tornata.
Provo a rialzarmi ma non sento la mano destra, la guardo e con orrore vedo il sangue gelato attaccato al moncone. Non ho più le dita, solo il pollice! I pattini di quell’imbecille mi hanno tagliato le dita.
Lancio un urlo disumano, ma nessuno mi guarda, solo… quattro piccole cose sparse sul ghiaccio fanno caso a me. Sono le mie dita!
Le chiamo come una forsennata: “Venite subito qui, dobbiamo andare in ospedale, devono riattaccarvi.”
Le dita mi guardano a distanza di sicurezza e poi il medio, ovviamente il più sfrontato, mi dice: “E perché dovremmo? Ci fai sempre stare al gelo con la tua mania di non portare i guanti e poi… io con quel prepotente che ti è rimasto sulla mano non ci torno! Lui crede di essere indispensabile, il più importante di tutti… vediamo cosa fa adesso senza di noi.”
Resto allibita, questo è un incubo, le dita mi parlano.
Provo a impietosire il più piccolo: “Mignolo almeno tu ascoltami, cosa faccio senza di voi, sono ancora giovane e siete della mano destra.”
Il mignolo risponde flemmatico: “Imparerai a far le cose con la sinistra, ci sono migliaia di persone che lo fanno. E poi così non mi romperai più le scatole che mi si spacca sempre l’unghia, e non mi sentirò più dire che sono storto.”
Non è possibile, se non ce l’ho fatta con lui è finita, ho voglia di piangere. Mi rivolgo agli altri due e imploro.
“Vi prego, giuro che non mi lamenterò mai più con voi, metterò sempre i guanti, e… ho bisogno di voi… stiamo insieme da una vita! – la mia voce si alza di tono e diventa stridula -Non potete lasciarmi così!”
Indice che aveva osservato la scena da distante si avvicina e mi parla, senza raggiungermi però… maledetto anche lui.
“Dovresti averlo capito che noi col Pocile non torniamo.”
Non capisco più niente e vorrei pestare i piedi per terra, ah dimenticavo, sono già a terra.
“Con chi?! Chi è il Pocile?”
Interviene Anulare e indica il mio pollice, sgrano gli occhi… non posso competere con loro, non ho argomenti.
Sento Mignolo che riprende a parlare: “ Sai anch’io ho un nomignolo, sono Millolo, e indice è Pincice, gli altri due non hanno mai voluto collaborare, dicono che sono troppo grandi per queste cose. Comunque, sino a quando Pocile non ci chiede scusa e ammette che senza di noi non può fare niente, escluso “mi piace”, noi non torniamo.”
Mi volto a guardare il Pollice, ma lui sdegnosamente si gira dall’altra parte.
Sono rossa dalla rabbia e comincio a urlare: “Brutto deficiente lo vuoi capire che è tutta colpa tua? Prepotente e insulso, non lo capisci che la mano funziona bene solo se ci siete tutti? Da solo non vali un piffero tanto quanto loro, anzi col medio posso sempre mandarti a fan….”
Sto ancora sbraitando cose senza senso, le dita sono incollate sul ghiaccio e la luce nei miei occhi si spegne un’altra volta.
Sento un campanello suonare insistentemente e vedo mia madre andare ad aprire.
“Dolcetto o scherzetto?” Tre bambinelli vestiti da mostri sbirciano dalla porta aperta.
Mi metto seduta e mi guardo le mani, soprattutto la mano destra. Non parlano! Sono attaccate! Fisso il mignolo, l’unghia si è rotta, porca pa…, non importa e poi non è neanche così storto.
Mi guardo intorno cercando di capire… invece di andare al palazzetto del ghiaccio mi sono addormentata sul divano, che idiota che sono, era solo un sogno!
Mara Cristina Dall’Asén
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I limoni di Monterosso

“I limoni di Monterosso” di Mara Cristina Dall’Asén

 

Testo classificato al 2° posto ex aequo nel Contest di maggio 2015 sul blog “7 giorni di follie”

 

Camilla sgattaiolò fuori dalla porta d’ingresso richiudendola piano dietro di sé, sua mamma non la richiamò tanto sapeva benissimo dove stava andando. Appena fuori Camilla respirò a fondo l’aria immobile e si diresse verso le scale del condominio. I suoi passi erano leggeri e non aveva bisogno di pensare, stava andando nel suo regno protetto. Percorse un breve tratto e imboccò la scala scoscesa di pietra, quella che portava nell’orto.
Adorava quel posto pieno di piante, di fiori, di frutti, di sole e poi lì c’era il suo albero, una vecchia pianta di limone, quello su cui si arrampicava per mettersi a cavalcioni di un ramo. Ascoltava il canto degli uccelli, si immergeva in mondi immaginari o semplicemente odorava la fragranza dei limoni. Lì intorno c’erano anche aranci e mandarini, ma lei adorava il limone con quel suo profumo, quel gusto dolce e aspro. Ogni tanto staccava un frutto e lo sbucciava godendo il tatto della ruvida buccia colma di essenza e poi succhiava gli spicchi, li addentava e li assaporava.
Lo sguardo si perdeva invece oltre il muro di sassi, muro a secco come tutti quelli che vedeva intorno, e oltre quelle pietre si stagliava il mare che dal blu passava al turchese, per assumere appena più in là un’altra tonalità di azzurro.
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Credi sempre nei sogni

Rivisitazione di un sogno presente nel romanzo “L’odore del mare sulla montagna” di Mara Cristina Dall’Asén

veliero

Credi sempre nei sogni

Finalmente il mare, mare tutto intorno.
Ho appena appoggiato le mie cose sopra il letto nel monolocale che ho affittato, ho aperto la porta del balcone e mi sto godendo la vista del mare di Mikros Gialos a Zante. I raggi del sole rimbalzano e saltellano sull’acqua increspata dalle onde, in lontananza vedo un battello che ondeggia placido nella baia.
Respiro a fondo l’aria salmastra. Ho solo una settimana, sette giorni di premeditata solitudine. Sette giorni in cui dovrò decidere cosa fare del mio futuro, le mie ricerche sono a un punto morto e se non trovo una via di uscita mi vedrò costretta a gettare la spugna e rinunciare a questo progetto in cui ho riversato tutte le mie energie.
Fare l’archivista nell’Archivio di Stato di Venezia resterà la mia unica certezza, poi forse riuscirò a scrivere il mio primo libro, un altro sogno da realizzare.
Quello che mi scoccia di più, se sarò costretta a lasciare il progetto, è deludere il professor Binazzi, mi ha dato così tanta fiducia e sovvenzionamenti per portare avanti le sue ricerche sull’ultimo discendente della famiglia degli Zaccaria di Genova.
Adesso, però, devo liberare la mia mente, non pensare, lasciare i pensieri oziare e spaziare nel vuoto. Rientro nella stanza e per prima cosa mi faccio una doccia, poi esco subito a farmi una nuotata.
Tre ore dopo sono ancora nella mia camera, le ombre della sera cominciano a allungarsi sull’orizzonte e anche il mare sta cambiando colore. Rimango nel mio accappatoio fucsia, seduta sulla soglia del balcone, la sigaretta fuma nel portacenere, il bicchiere di “coca” ghiacciata in mano. Ho già cenato, mi sono fermata in un piccolo ristorante appena fuori dalla spiaggia, pesce, cena paradisiaca. Ho fatto anche la spesa, qui i negozi sono sempre aperti.
Sto ripenso al ciò che mi è appena successo. Dopo la nuotata mi ero sdraiata sul bagnasciuga, assaporando i raggi di sole che lambivano la mia pelle. Che pace!
Ma qualcosa toccava i miei piedi, qualcosa di duro, liscio, senza spigoli, lo sento ancora come stesse succedendo di nuovo.

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