Anteprima – I capitolo

Cluj-Napoca – Romania
22 Agosto 2012

 

Lo sapevo, questa giornata comincia proprio male. Mi sono tagliato due volte mentre mi facevo la barba, inoltre sono in ritardo, anzi, più che in ritardo.
Questo è uno di quei giorni che capisci benissimo che sono nati storti.
Sarà che devo prendere un volo interno di questo Paese, su uno di quei trabiccoli piccolissimi per sei, sette persone e la cosa mi spaventa non poco, come sempre.
Non mi è mai piaciuto volare, mi sono dovuto adattare a farlo con il mio lavoro, ma non mi piace stare in aria, nelle mani di un pilota che neanche conosco. Mi affido ogni volta alla speranza che anche lui tenga alla vita almeno quanto ci tengo io.
Lascio andare i miei pensieri e mi metto in spalla il borsone, prendo la giacca e le chiavi della stanza, e mi precipito giù per le scale.
Mentre scendo mi dico:  ̶  pensa positivo  ̶ , come dice la canzone di Jovanotti.
“…io penso positivo perché son vivo, perché son vivo, io penso positivo perché son vivo e finché son vivo…
Vivo sì, sperando di esserlo anche fra quattro ore!
Mi siedo al primo tavolo libero e vado subito a ordinare qualcosa per fare un minimo di colazione.
Per ottimizzare i tempi adesso chiedo alla signora della reception se mi chiama un taxi in fretta, ma devo essere veloce. Poi vado a chiedere un latte caldo e dei biscotti.
Mentre aspetto controllo di avere tutto ciò che mi occorre per il viaggio, la cameriera intanto è già arrivata con ciò che ho ordinato, però ha aggiunto anche una fetta di torta che sembra una millefoglie alle mele, ha detto che è una specialità della casa e devo assolutamente assaggiarla, il profumo non è per niente male.
In questo albergo passano tanti turisti italiani e i gestori sono molto ospitali, fanno persino il cappuccino, ma a esser onesto non mi sento di consigliarlo, loro e il caffè non vanno molto d’accordo, perciò io preferisco scegliere sempre il latte caldo.
Per dirla tutta non mi fido molto neanche della cucina rumena, non perché non sia buona, anzi il contrario. Solo che è molto ricca di calorie e la mattina sono abituati a mangiare di tutto, però per compensare bevono il tè. Il tè poi è un discorso a parte, te lo offrono a tutte le ore del giorno e di diversi tipi; ovviamente c’è anche l’alternativa se non lo gradisci: liquori che hanno una gradazione alcoolica impossibile, che ti tramortiscono seduta stante. Visto che non sono un grande estimatore di tè l’unica cosa che riesco a bere in questo Paese, oltre all’acqua e al latte, è la birra, ne fanno di veramente buone anche se molto corpose.
Comunque sia la torta è deliziosa, sto assaporando l’ultimo pezzo quando dalla reception mi fanno segno che il taxi è già arrivato e mi sta aspettando fuori dall’albergo.
Bevo tutto d’un fiato il latte, lascio le chiavi sul bancone, saluto e appena fuori salgo sul taxi.
Appoggio con delicatezza il borsone sul sedile dell’auto, dentro c’è il computer portatile di lavoro e non voglio rischiare di rovinarlo, e perdere magari tutti i dati dei progetti che sto seguendo.
Consegno all’autista il biglietto con l’indirizzo a cui devo andare e il taxi si immerge nel traffico cittadino.
Mi accorgo solo ora, guardando fuori dal finestrino, che la giornata non è delle migliori: è nuvoloso e minaccia pioggia, anzi, una pioggerellina fine sta già cadendo.
Mi riprende di nuovo quella strana sensazione, quel lieve sudore sulla nuca, la mia mano istintivamente va a posarsi proprio lì. Eppure non è un tempo che può provocare guai, ma l’irrequietezza si impadronisce ancora di me, la paura serpeggia dietro, nascosta ma ben presente.
Accidenti, non è la prima volta! Sono già stato su voli locali come questo. Ho già viaggiato con quei mosconi volanti che traballano in continuazione, anche solo tre giorni fa, perché oggi ho queste brutte idee in testa?
Basta! Alessandro, sei un uomo di trentaquattro anni, vedi di farla finita di costruirti queste menate mentali.
Cerco di impegnarmi al meglio per gettare al vento le mie incertezze, mi impegno, pensa a delle cose belle: quali?
Non mi viene in mente niente in questo momento, non ho neanche una donna che mi aspetta al mio ritorno, e per il resto la solita noia, nessun impegno particolare in vista.
Allora provo a guardarmi intorno nel tentativo di trovare qualcosa di bello, di positivo, invece mi accorgo solo che abbiamo lasciato la città di Cluj-Napoca, ci sono solo campi intorno: il nulla.
Qualche casa appoggiata qua e là e qualche albero striminzito a farle compagnia. Il cielo plumbeo contribuisce a rendere meno attraente il paesaggio, anche se mi sa che neanche col sole si riuscirebbe a renderlo accettabile.
Improvvisamente la strada si fa sterrata. Ma che cavolo di volo mi hanno prenotato, dove accidenti è l’aeroporto? L’altro giorno non era un luogo così sperduto. Poi intravvedo degli hangar con una lunga striscia asfaltata dietro, non sono molto rassicuranti, sono tenuti malissimo e sembrano quasi abbandonati, dubito ci sia anima viva lì dietro.
Il taxi si ferma e il conducente mi dice che siamo arrivati, provo a spiegargli che non mi sembra il posto giusto, ma lui mi indica l’importo della corsa, è probabile che non abbia capito una cippa di quello che gli ho detto.
Ok, pago e scendo, tanto è inutile che chieda altre spiegazioni, mi incammino su quella strada polverosa che s’infila tra due grandi cancelli arrugginiti, non pioviggina più e il cielo sembra più chiaro, ma un brivido striscia lentamente sulla mia schiena, come tanti millepiedi.
Non si vede nessuno, l’istinto mi porta con lo sguardo alla ricerca del taxi che mi ha condotto sin qui, ma è già scomparso. Sono solo in mezzo al nulla, prendo il cellulare e controllo se c’è campo, fantastico, non prende niente.
Il passo si fa più veloce e proseguo lungo la strada, sembra non finire mai, invece saranno solo cinquanta metri, finalmente scorgo un velivolo vicino a quella striscia di asfalto nero che credo sia la pista. Mi fermo e provo a guardarmi intorno, sul lato destro vedo un edificio con quello che dovrebbe essere un ufficio, spero.
Mentre mi avvicino comincio a sentire delle voci concitate parlare in una lingua che non conosco e vedo quattro persone, cerco di farmi notare, tossisco ripetutamente, loro si voltano, otto occhi mi guardano.
Si zittiscono all’istante e uno degli uomini dice an-cora qualcosa in modo perentorio, poi si avvicina a me con uno sguardo accogliente.
È un uomo tarchiato, non molto alto e con una testa rotonda e liscia.
Ha un aspetto quasi militare, muscoli ben evidenti nonostante la mole, ma non ha un abbigliamento consono a quel ruolo, porta una camicia azzurra e pantaloni color kaki su cui sembra abbia dormito per una settimana, sono sgualciti e gli danno un aspetto molto trasandato, un lembo della camicia penzola fuori dai pantaloni e la cintura è slacciata. Mentre io catalogo stranamente tutti questi dettagli lui continua a guardarmi cercando di essere affabile, mi chiede il nome e mi dice in un inglese stentato che il volo prenotato per me non c’è più, è stato annullato. Il resto dei passeggeri ha disdetto la prenotazione questa mattina, visto che le previsioni meteo per i prossimi giorni non sono buone.
Benissimo, di bene in meglio! Adesso come ci arrivo a Vatra Dornei.
L’uomo che ho davanti mi innervosisce ancora di più, insiste a sorridermi in modo idiota, ma poi in un attimo mi osserva con degli occhi strani, due lame d’acciaio che mi scivolano addosso e mi lacerano, non mi piacciono. Ed eccola, ancora la sensazione che mi sto cacciando in qualcosa di poco piacevole.
Improvvisamente lo sguardo del tizio cambia un’altra volta, tentenna un secondo e poi mi dice che, se voglio, lui sta partendo con degli altri turisti che vanno a visitare i Carpazi Orientali. Loro non sono intimoriti dal cattivo tempo, posso usufruire di questo stesso volo, dopo averli portati a destinazione allungherà il tragitto per portarmi a Vatra Dornei.
Quest’uomo è il pilota?!
Favoloso, non mi ispira nessuna fiducia e lo sguardo che ho visto prima era… non so definirlo, inquietante.
Ci risiamo, oggi sono proprio sfasato, forse mi sto beccando l’influenza, non è possibile sentirsi così.
Io devo arrivare al cantiere per controllare l’avanza-mento dei lavori nel complesso alberghiero, prima lo faccio e prima ritorno. In quella zona abbiamo parecchi cantieri aperti, è una zona turistica in forte espansione.
Che poi, non erano neanche progetti che avevo seguito io, li aveva in carico Manuele, ma lui ha pensato bene di rompersi una gamba la scorsa settimana, accidenti a lui e alla sua mania della bicicletta da corsa. Così mi hanno spedito anche a Vatra oltre che al collaudo del ponte sul fiume Săsar a Baia Mare.
Già Baia Mare è una delle città più inquinate che ci sono in Europa, ci mancava solo questo inconveniente. Inoltre non capisco proprio una cosa, c’è l’aeroporto a Vatra, perché non mi hanno prenotato un volo da Cluj? Vuoi che non ci fosse un trasferimento un minimo più decente di questo. Meglio che non ci pensi.
Il mio lavoro comincia a non piacermi più, sarà anche pagato bene, ma mi sto stufando di zigzagare per questi paesi dell’Est Europa. E poi stanno tirando troppo la corda con il contenimento dei costi, e probabilmente è il motivo di questo trasferimento da un posto perso nel nulla.
Non ho tempo di pensare, devo decidere in fretta… mi costringo a buttare a mare tutti i dubbi evitando di farmi troppe domande. Così gli rispondo che mi sta bene il cambio di programma.
Il pilota rientra nell’ufficio e prende un foglio di carta sgualcito, presumo sia per annotare i passeggeri, scrive il mio nome controllando il documento che gli ho appena consegnato: Alessandro Manelli.
Riguarda un’altra volta il passaporto e mi chiede cosa devo andare a fare a Vatra Dornei, ma secondo me non ascolta neanche la mia risposta.
Mentre mi restituisce il passaporto mi fa segno che devo firmare una carta, di cui non capisco una parola e non so in che lingua è scritta, per finire mi chiede quando devo tornare e se ho già accordi per il volo di ritorno.
Gli rispondo di sì che il volo di ritorno è già prenotato, il mio pensiero prosegue la frase:  ̶  almeno di solito lo sono e spero vivamente che non ci siano altri intoppi  ̶ .
Provo a chiedere cos’ho firmato, ma lui non mi risponde e muove le mani, come a dire: solo scartoffie. Gli altri tre sono già vicino al velivolo e stanno caricando i bagagli.
Li guardo solo ora e noto il loro abbigliamento tecnico molto colorato, hanno proprio tutto l’aspetto di turisti in vacanza!
Resto lì fermo aspettando che il pilota mi dica quello che devo fare, mi sembra tutto così surreale, forse quando sarò ritornato a casa, ripensandoci, riuscirò anche a sorridere di questa giornata.
Così mi ritrovo sul velivolo, sembra uno strano animale metallico uscito da chissà quale libro degli orrori, mi chiedo se sia stato revisionato di recente e soprattutto se abbia passato la revisione.
Mi guardo intorno e penso: sono seduto su di un seggiolino sgangherato, ho allacciato la cintura, ma non so se devo fidarmi meno della cintura, del seggiolino, del moscone volante o del pilota.
Se fossi in compagnia di qualcuno che conosco non mi farei tutte queste domande, mi obbligherei a mostrare sicurezza e indifferenza, tutto avrebbe il sapore dell’avventura, o forse sto cominciando a diventare adul-to, non mi sento più in sintonia con gli imprevisti e il rischio.
I miei compagni di volo invece sono tranquillissimi, nonostante credo abbiano più anni di me, continuano a parlare e sorridere.
Deduco che loro devono essere di quelli a cui piacciono le avventure estreme! Sono due uomini e una donna, e anche questi insistono stranamente a rivolgermi un sorriso ebete mentre parlano, eppure non mi piacciono neanche loro.
Porca miseria, che brutta giornata che ho!
Li sento chiacchierare in modo rumoroso, parlano senza porsi problemi, russo, quella è la lingua che stanno usando, la riconosco.
Non la so parlare, capisco solo qualcosa, così cerco di intrufolarmi in quei discorsi, tanto per far passare il tempo, magari riescono a risollevarmi l’umore e mi infondono qualcosa della loro tranquillità.
No, decisamente no, ho decifrato solo poche frasi, ma
quelle frasi hanno su di me l’effetto di una massa brulicante di millepiedi sulla mia schiena.
Stanno parlando di armi. Impossibile! Ho capito male, forse mi sono confuso con i termini.
Mi volto e guardo dal finestrino cercando di mettere ordine in questa mia dannata testa, non vuole smetterla di elaborare pensieri sconclusionati.
Sono in un paese straniero per lavoro, sono finito in un luogo sperduto, sto per partire con un volo non programmato e di sicuro un pizzico avventuroso, ma niente di così terribile. Penso di aver sentito parlare di armi, ma non ne sono sicuro, perciò non vedo motivi razionali di preoccuparmi.
Ok, non son mai stato uno di quelli che si gettano nel fuoco della battaglia, ma neanche ipersensibile! Riguardo alle armi: in fin dei conti non sono affari miei, e poi potrebbero andare in montagna per cacciare per quel che ne so io.
Cerco di convincermi di tutto questo, anche se una vocina insistente nella mia mente continua a sussurrarmi che quello che penso di aver capito si riferiva a un carico di armi, cosa ben diversa da una battuta di caccia.
Il moscone comincia a rombare distogliendomi dalle mie elucubrazioni, il rumore è assordante, ci muoviamo lungo la pista, vedo il pilota tirare la cloche e questo falso volatile si alza goffamente in aria.
In volo ci sono, ora Alessandro chiudi gli occhi e rilassati, fai respiri profondi.
Ubbidisco ai miei ordini, mi sforzo di non aprire gli occhi, slaccio la cintura e mi metto più comodo. Sento i miei compagni di volo che continuano a parlare, ma evito in maniera accurata di ascoltare.
È da un’ora che continuo a cantarmi mentalmente la canzone di Jovanotti, quella di poche ore fa, non so perché, ma si è intrufolata nella mia testa e ricompare prepotente quando vuole lei.
niente e nessuno al mondo potrà fermarmi dal ragionare, niente e nessuno al mondo potrà fermare, fermare
Uno scossone mi interrompe, spalanco gli occhi e guardo il pilota, non dà segni di nervosismo. Sotto di me intravvedo dove cominciano i boschi, le montagne sono molto vicine e con loro anche la mia destinazione, per fortuna. Richiudo gli occhi.
Non dura molto, sento prima il colpo, poi il velivolo comincia a oscillare dolcemente, il motore ha un suono sempre più sordo e strano, poi come una belva ferita a morte ruggisce.
E tutto si trasforma nel mio peggior incubo, il pilota adesso è terrorizzato quanto me, ci urla di allacciare le cinture, deve fare un atterraggio di fortuna, il motore è partito, non regge.
Non ho il tempo di razionalizzare che questa mattina, non so come e perché, ma avevo già capito tutto, che avevo una fottuta ragione nel temere questo trasferimento. Perché non ho detto al tassista di riportarmi indietro, perché non ho rifiutato questo maledetto volo. E anche aver avuto ragione, in questo momento non mi può essere di nessun aiuto, che magra consolazione mentre sai che stai precipitando.
Do un’occhiata di sfuggita ai miei compagni di sventura, non ridono più, e ficco la testa fra le braccia appoggiandomi alle ginocchia.
Il tempo sembra essere eterno mentre cadiamo come una foglia portata dal vento, ma non alzo la testa, non prego, vedo solo la mia vita scorrere come un fiume in piena verso questo epilogo.
Sento le punte degli alberi sbattere poi ci incastriamo con violenza nel bosco ai bordi di una radura, ci incliniamo e i sobbalzi si susseguono, infine lo schianto tremendo. Sento il contraccolpo e la cintura staccarsi, il seggiolino non mi sorregge più e poi… volo, sono in aria sbalzato chissà dove.
Penso che allora non potevo fidarmi di niente, né del seggiolino, né della cintura o del pilota o del moscone volante, mi appoggio sulle fronde degli alberi, provo ad aggrapparmi ai rami o penso di farlo, ma è tutto inutile. I piccoli rami mi sfuggono tra le dita come sabbia, il tempo è dilatato, lento, ho lo spazio per vedermi morire, e poi precipito al suolo.
Non riesco a respirare, un dolore mi trafigge il fianco, realizzo che non sono ancora morto, ma vedo i resti del velivolo sparsi nello spiazzo del bosco e vedo le lingue di fuoco farsi strada tra le lamiere, come un serpente avvolgono i rottami. L’istinto di sopravvivenza spalanca la porta, fa volare via tutti i miei pensieri e ne lascia solo uno: anche fosse l’ultima cosa che faccio, devo alzarmi, devo allontanarmi, ce la devo fare.
Devo.
Corri corri corri, corri Alessandro.
Sento il boato violento, non mi volto, fa male, devo correre, fa male, poi sotto i miei piedi non sento più niente e ricado ancora una volta, l’ultima.
Ho solo il tempo di sentire la mia caviglia destra piegarsi, la sensazione che tutto il mio corpo stia per spaccarsi, disintegrarsi, dolori lancinanti che mi tolgono il fiato e offuscano la mia mente.
Poi qualcosa di solido viene contro la mia testa, proprio sopra l’occhio sinistro, qualcosa di tremendamente solido, duro come un sasso.
Un sasso sì, ma non un sasso qualsiasi, quello che era lì da chissà quanto tempo solo per aspettare me in questo giorno anonimo di agosto, un giorno plumbeo come il mio domani.
Ed è un attimo eterno che si allunga su tutta la mia vita, la mia vita concentrata in un millesimo di secondo, la mia impotenza di controllare qualsiasi cosa passata, presente o futura.
Buio, solo buio.
In quel brevissimo frammento di respiro mi resta solo il tempo di pensare:  ̶  ecco, ora sono morto. ̶
Sì o forse no, non c’è più tempo, non c’è più spazio, solo vuoto, è questa la morte?
Poi in un momento imprecisato perso nel nulla ho ancora un barlume di vita, mi sembra di essere sollevato da terra, la mia coscienza si riscuote per un attimo ma non esce dal buio, mi sembra di fluttuare a mezz’aria sino a quando credo di risentire qualcosa di solido sotto di me.
Ma è un lampo e ritorno nel buio, niente luce, niente pensiero, niente dolore, solo vuoto.
… continua
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